Paolo Ballotta è il nuovo presidente di Ancescao Modena, lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio e per sapere quali saranno i temi di cui si vorrà più occupare in questo mandato.
Mi chiamo Paolo Ballotta, sono nato nel 1953 e nella mia vita lavorativa ho ricoperto ruoli dirigenziali. Quando sono andato in pensione, avevo due obiettivi: fare il biker in solitaria – cosa che ho fatto, anche se oggi purtroppo faccio più fatica – e dedicarmi al volontariato. Un amico mi ha trascinato in Ancescao e, appena entrato, mi hanno chiesto cosa sapessi fare. Ho risposto di aver diretto aziende, ma che non sapevo se quel ruolo fosse inerente, tuttavia, mi ero sempre occupato anche di comunicazione. Mi dissero: “Perfetto, sarai il nostro comunicatore”. Così ho iniziato a gestire la comunicazione per Ancescao provinciale di Modena coinvolgendo anche due ragazze del servizio civile che mi hanno aiutato. La candidatura a presidente è stata una conseguenza logica: avevo vissuto l’associazione dall’interno, confrontandomi con il vecchio presidente e con il consiglio come invitato permanente. Ho dato la mia disponibilità, ci ho creduto e il consiglio mi ha eletto a maggioranza assoluta.
Complimenti per la tua elezione. Ora che sei presidente, hai già in mente delle linee d’azione? Cosa pensi di fare nei prossimi anni?
Mi muoverò fondamentalmente su due direttrici. La prima è il recupero del rapporto con i nostri centri. Per una politica nazionale, ai centri è sempre stata data grande autonomia, ma credo che il periodo delle grandi autonomie che diventano anarchie debba finire. Dobbiamo fare squadra e lavorare insieme per obiettivi comuni. Non entrerò nel merito della gestione interna dei centri sociali, ma le regole e i regolamenti devono essere rispettati.
La seconda direttrice riguarda il volontariato. Oggi il volontariato è molto diverso dal passato: è più “liquido”. Dobbiamo essere bravi a intercettare nuove forme di partecipazione. Il volontario moderno non viene più a chiederci passivamente cosa deve fare; è qualcuno che porta le proprie competenze. Non siamo noi a dover dare una missione al volontario, ma è il volontario che deve dare a noi la sua missione, mettendo a disposizione ciò che sa fare per confrontarsi e rendere la nostra funzione sociale davvero esaustiva.
Riguardo alla comunicazione, che ruolo deve avere secondo te? Come pensi di muoverti?
Considero la comunicazione uno strumento fondamentale, ma il problema è che non siamo ancora riusciti a fare breccia nella mente dei nostri associati. La nostra visibilità sui social è aumentata – siamo passati da zero a circa 130 follower – ma non è sufficiente per un’associazione che conta 11.000 soci. Abbiamo cercato molti argomenti per interessarli, ma molti non leggono le mail e nemmeno la PEC. Durante il mio mandato cercherò di entrare di più nella testa dei nostri iscritti, anche se non è semplice per via del passaggio generazionale: i boomer faticano con le nuove tecnologie.
Modena è la Capitale del Volontariato per il 2026. Avete già pensato a qualcosa per questa occasione?
Stiamo lavorando su diversi progetti già da novembre. Uno è già stato concluso in collaborazione con la sede nazionale: un concorso fotografico e una mostra di pittura presso uno dei nostri centri più grandi, che ha avuto un ottimo riscontro con oltre 200 presenze. Il mio obiettivo, già da quando ero consigliere, è far sì che i nostri centri diventino una comunità vera. In questa occasione abbiamo coinvolto una decina dei nostri 33 centri. Sono venuti anche i volontari della montagna, che spesso si sentono meno considerati perché lontani: hanno preparato borlenghi e crescentine, mentre il centro ospitante ha preparato la pasta. È stato un modo per fare comunità; è difficile, ma se non si comincia non si arriva mai all’obiettivo.
Quali sono i prossimi appuntamenti in programma?
A settembre organizzeremo un Open Day dove spero di coinvolgere tutti i 33 centri, ognuno con le proprie peculiarità. Chi ha un orto porterà i propri cassoni per attività con bambini e scuole; chi è bravo a cucinare farà lo gnocco fritto o la pasta. È importante la convivialità, ma lo è ancora di più la socialità. Stiamo lavorando molto sui rapporti intergenerazionali, collaborando con il Comune di Modena e con il centro MEMO per progetti negli orti per anziani. Abbiamo anche ospitato una regista che ha realizzato un docufilm di venti minuti, finanziato dal Ministero della Cultura, per mostrare la funzione sociale dei nostri centri e la trasmissione della memoria. Ad esempio, spieghiamo ai bambini che le verdure non nascono al supermercato, ma dalla terra, seminando e curando la pianta fino al frutto: i nostri “nonni” fanno questo racconto alle classi che ci visitano.
C’è qualche altro progetto che ti sta a cuore?
Dobbiamo lavorare su progetti legati al teatro, al cinema e al ballo. Mi piacerebbe moltissimo organizzare una “pasta asciutta della solidarietà” per le persone meno abbienti e soprattutto per quegli anziani che vivono soli e isolati in casa 24 ore al giorno. Coinvolgerli sarebbe estremamente interessante. A breve avrò il mio primo consiglio e cercheremo di dare vita a tutte queste iniziative per coinvolgere non solo i dirigenti, ma tutti i vari centri.

Grazie Nicola per la tua intervista, dalla quale traspare tanta buona volontà ma anche una esperienza che ha ancora bisogno di affinarsi, di un linguaggio meno spigoloso, e soprattutto di ricordarsi sempre di citare chi ti ha invitato e di ringraziarlo a prescindere! Quindi mi perdoneranno Benedetto e Eugenia se non li ho ringraziati, lo faccio ora sperando che comprendano, che sono un boomer e che ho appena iniziato il “rodaggio”! Grazie a tutti , e anche a Nicola!